14. mar, 2020

Dalla società competitiva alla cultura della solidarietà attraverso il Coronavirus

La storia ci insegna che dopo le guerre e le carestie lo scenario sociale e politico è quello più fertile e favorevole per la nascita di una dittatura. Il popolo disorientato e stremato dagli stenti cerca un punto di riferimento e di sicurezza. E individua un leader, perché ne ha bisogno.

Oggi giunge inaspettata, col diffondersi di una pandemia, una svolta che attraversa e travolge non solo la nostra salute e l’andamento generale delle economie, ma anche le nostre menti e i nostri cuori. Alcuni di noi prontamente recepiscono quanto sia preziosa la libertà, altri riflettono sul valore dei beni di prima necessità, ma soprattutto, costretti ad alcune settimane di distanza fisica e inattività, reclamano il poter tornare alla normalità delle relazioni umane. Quelle in cui ci si poteva incontrare, abbracciare, baciare. E così si riscopre il valore di quei gesti di vicinanza e calore che prima sembravano così scontati…

La solitudine per alcuni di noi è opportunità di introspezione e scoperta di sé, per altri una resa dei conti rispetto all’autenticità delle proprie relazioni intime e familiari.

In un momento come questo emerge anche il nostro grado di coerenza tra ciò che dichiariamo e ciò che invece facciamo, quindi la coerenza con i nostri valori. Scopriamo cosa sia la paura, messi dentro ad un grande e doloroso esperimento sociale in cui ci sorprendiamo delle nostre reazioni. Dal panico al desiderio di trasgressione, dall’istinto di solidarietà all’umorismo come reazione per scacciare la paura. E poi il volersi sentire vicini, voler cantare a squarciagola dalle finestre delle nostre case, inneggiare alla bandiera, la stessa che fino al giorno prima si era vilipesa perché fonte di leggi ingiuste e tasse da pagare.

Uno strano senso di patriottismo investe improvvisamente i mass media e velocemente si propaga attraverso i social network. Ma attenzione!

Il nazionalismo nato dal voler individuare un nemico esterno da combattere, modalità che mi piace considerare, oggi, tipicamente americana, è lo stesso che produce la separazione, l’odio e le guerre. E’ lo stesso che nel secolo scorso ha prodotto i campi di sterminio e i peggiori genocidi della storia. Il germe della separazione, della logica del potere, della competizione, è lo stesso che ha prodotto quella società narcisistica dove c’è uno che vince e uno che perde. Quelle dove non si crea valore per entrambi, ma si distrugge ciò che l’altro ha cercato di costruire.

E allora… mentre un simpatico video divulgato dai social, mi ricorda che l’Italia produce la pasta più buona del mondo e ben 533 differenti qualità di olive, il mio pensiero va per un istante ai 268 migranti annegati nel 2013 su un barcone a 60 miglia dalle coste italiane, durante una diatriba tra la nostra Guardia costiera e quella maltese. Scaccio subito il pensiero… io sono italiana! Io c’ero ai mondiali dell’82. Sarà stata una stupida associazione d’idee, un gioco di numeri, un inganno della mente.

Vado a dormire pensando che forse la pandemia vuole chiamarci a sentirci parte di un unico universo, nonostante la distanza fisica, nonostante la bandiera. Forse vuole chiamarci ad andare oltre, ad evolvere verso un mondo fatto d’amore, quello vero.

Quando i miei nipoti mi chiederanno come ho vissuto questa esperienza mi piacerebbe rispondere: “ho imparato ad Amare. Ho imparato ad amare l’uomo e la donna, il vecchio e il bambino, l’italiano e lo straniero”.

 

Corinne Vigo